lunedì, 24 agosto 2009

Joyce Mansour :: Fiorita come la lussuria






Joyce Mansour




FLEURIE COMME LA LUXURE

Tu dis que les femmes
Doivent souffrir se polir et voyager sans perdre haleine
Réveiller les pierreries embellies par le fard
Chanter ou se taire déchirer la brume
Hélas je ne saurais danser dans un marais de sang
Ta figure brille de l'autre côté de la rive heureuse
Tout ce qui est vivant pourrit

Tu dis que les femmes
Doivent savoir se dépouiller de tout même
Du nourrisson encore rétif
A l'amour
Ta figure bleuit à mesure que ta fortune grandit
Et moi je veux mourir vautrée dans la sauge
Orgueilleusement mauvaise dans l'immobilité de l'exil

Tu dis que les femmes
Doivent se détruire pour ne pas enfanter
Et attendre attendre la solide volupté qui serpente
Hélas je n'aime pas faire l'amour sur le tapis
Belzébuth roucoule dans la gorge des pigeons
Ta bague brûle ma cuisse
L'émeraude est la virginité
Du riche

Tu dis que les femmes
Sont faites pour nourrir
La fumée repentante qui halète à l'église
Les truies pâles et pleines piquées de soies souillées
Les têtes coupées aussi et pourquoi pas après tout
Etonnantes nuits du pôle aux silences sanguinaires
Je crois que maintenant je peux te laisser partir

Tes jambes volent haut dans la sacristie
Claquant
Des genoux
Comme autant de prédicateurs
Je suis bien contente d'avoir un chapeau sur la tête
Même si ton urine contient toute la féerie du mariage
Tu dis que les femmes sont chanoines du délire
Hélas moi je ne savoure que la mort



*   *   *


 

FIORITA COME LA LUSSURIA

 

Dici che le donne

Devono soffrire raffinarsi e viaggiare senza stancarsi

Risvegliare gioielli imbelliti dal trucco

Cantare o tacere lacerare la bruma

Ahimè non saprei danzare in una palude di sangue

La tua figura brilla dall’altro lato della riva felice

Tutto ciò che è vivo imputridisce

 

Dici che le donne

Devono spogliarsi di tutto persino

Dell’infante ancora riluttante

All’amore

La tua figura illividisce man mano che la tua fortuna cresce

E io voglio morire inabissata nella salvia

Orgogliosamente malvagia nell’immobilità dell’esilio

 

Dici che le donne

Devono distruggersi per non partorire

E attendere attendere la solida voluttà che serpeggia

Ahimè non mi piace fare l’amore sul tappeto

Belzebù amoreggia nella gola dei piccioni

Il tuo anello infiamma la mia coscia

Lo smeraldo è la verginità

Del ricco

 

Dici che le donne

Sono fatte per nutrire

Il fumo ravvedente che ansima in chiesa

Le troie pallide e piene macchiate di seta sudicia

Anche le teste tagliate e dopo tutto perché no

Sorprendenti notti polari dai silenzi sanguinari

Credo che adesso posso lasciarti andare via

 

Le tue gambe volano su nella sagrestia

Battendo

Le ginocchia

Come altrettanti predicatori

Sono proprio contenta di portare un cappello in testa

Anche se la tua urina contiene tutto l’incanto del matrimonio

Dici che le donne sono sacerdotesse del delirio

Ahimè io assaporo solo la morte

 

 

[ Traduzione di Mariella Soldo ]

 

 


*   *   *





Posso mettermi dentro una donna. Non certo nei suoi panni. Né tanto meno posso capire fino in fondo ciò che fermenta e si bagna nel suo pensiero (mentre posso sprofondarmi, bearmi di ciò che lievita e si bagna fra le sue cosce, questo sì). Il che mi rende però poco adatto a spiegare il pensiero che parte dalla femmina intelligenza – che è parte integrante della sua carne che pulsa.

Non mi spiegherò, quindi. E non vi spiegherò nulla, forse perché non c’è proprio niente da spiegare, ma solo tensioni da accogliere e desideri da cacciarsi dentro. Un po’ come il vento che sconvolge la cima degli alberi. O reciprocamente.

Devo ammettere che una donna può piacermi solo se prima mi scopa la mente. E ci sono tempeste di neve che possono testimoniare i sussulti di ogni seme rimasto sotto la coltre bianca…

Una tale ammissione, è ovvio, non fa che aprire me e la donna che amo, ho amato o amerò ad una serie di questioni essenziali: chi gode chi? Chi prende chi? Quali sono i limiti dell’amore? La mia pelle è il vero confine del mio corpo? C’è forse un corpo terzo nella congiunzione degli amanti? O si rimane soli nel proprio godimento? E sono davvero importanti le risposte?

Io credo che l’amore carnale sia una delle poche esperienze che possa davvero aprirci alla possibilità dell’Altro, e anche alla praticabilità di un impossibile vissuto come ignoto da esplorare, vivificare.

Non siamo mai davvero da soli, quando ci apriamo al godimento dell’Altro, sebbene l’apertura qui vada pensata sempre come un protendersi verso la sovranità dell’attimo, verso il desiderio di abolire la durata, di fottere la morte fottendo la precarietà della biologia, almeno per alcuni inestimabili istanti. E cos’è l’eternità se non l’assoluta mancanza di morte in piena vita?

Bataille si sbagliava. Non c’è lutto nella meccanica animale delle passioni. Non c’è nessuna area grigia fra le lenzuola disfatte e colme di umori. Tutto è netto. Anche nel deliquio. E la parvenza di smarrimento è solo il prodromo di un possibile, irrefutabile, decisivo risveglio all’intelligenza dell’Altro vista come amicizia sovrana del mondo e verso il mondo.

Credere (cedere) alla carne che pensa è credere (incedere) nell’unico senso vero della vita, che è la verità di un corpo unico che si vive. Luce assoluta, stella meridiana fra le gambe del mondo, al di qua degli schemi abusati del razionale (che non sempre è reale, non più), e che solo l’indifferenza dell’inorganico può spegnere e annientare.


CARMINE MANGONE

Firenze, 23 agosto 2009

 


*   *   *


Per chi volesse leggere degli altri testi della poetessa surrealista anglo-egiziana Joyce Mansour (1928-1986), è ancora disponibile un libricino curato da me e pubblicato dalla Nautilus di Torino nel 2003:


 

Un grazie di cuore a Mariella per la sua versione del testo della Mansour. La mia traduzione dello stesso testo, apparsa nella piccola antologia Nautilus, la incollo qui sotto in un commento. Così da far apprezzare le differenze e la ricchezza di due ricerche, di due visioni, di due sensibilità.

 

 


Scritto da CriticaMente | alle ore 01:30 | Categoria:

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sabato, 18 luglio 2009

Cataldo Dino Meo: il vandalo cortese nel giardino della poesia.








Vandali Coltivatori di Rose

 

Gli dèi, squartati dalla loro noiosa eternità,
amano provocare gli umani,
e in particolare giocano con chi si batte dimostrando
la tenacia degli autentici implacabili.
Del resto che soddisfazione c'è infierire su chi vive
da turista spaesato, che si arrende subito
al primo apparire della propria ombra?
L'ordine spontaneo / fuori controllo /
dei Vandali Coltivatori di Rose,
mi fa vagabondare tra gli ammiratori delle nuvole.

 

*

 

Ordinaria
Divinazione
Sportiva

 

Compiere gesta d'Ordinaria Divinazione Sportiva.
L'arte zen di prendere la metropolitana, almeno per una volta,
senza piagnucolarsi addosso.
Sì, lo so, c'è da salvare l'umanità, ma qui troppa gente
è convinta che basti essere deboli per avere ragione.
Sterminati campi di sterminio / sconfinati campi di dominio.
Mio padre mi ha insegnato come affrontare
il plotone d'esecuzione:
" Morto per morto, mi raccomando, sempre ben pettinato ".


*


Splendidum Vitium

 

Splendidum Vitium / Splendidum Vitium / Splendidum Vitium.
Non ho una ragione per esistere, ci pensa il corpo a farmi
riprendere i contatti.
Ci pensa il corpo a ricordarmi perchè mi sono così necessario.
Splendidum Vitium / Splendidum Vitium / Splendidum Vitium.
Resterò elegante debosciato che evita di sciogliersi
nella grevità autocreandosi presenza ridondante,
squilibrio che implora di essere disturbato.
Splendidum Vitium / Splendidum Vitium / Splendidum Vitium.
Assimilo capacità di prodotto sintetico, artificiale.
Vedo macchine con intelligenza biologica
scrivere biografie degli arcangeli.
Splendidum Vitium / Splendidum Vitium / Splendidum Vitium.
Guai per me se il mondo non fosse così, l'insoddisfazione,
non potrebbe più alimentare la mia efferata avidità.
Splendidum Vitium / Splendidum Vitium / Splendidum Vitium.

 

Cataldo Dino Meo, C.D.M., Lev Edizioni, 2004.

http://www.cataldodinomeo.it/



Ho l'onore di godere dell'amicizia di Dino. Ne parlo quindi con una parzialità che potrà apparire sfacciata, disturbante, lo so. Ma io non faccio critica letteraria o sociale per dovere - io faccio e vivo la poesia (la mia, la sua, la "carne che pensa") perché mi permetto di respirare a pieni polmoni ravvivando ogni giorno i miei occhi affaticati dalla banalità circostante.
Io e Dino siamo aristocratici nella stessa fondamentale abiura di un mondo. Un mondo che tenta di ghermirci. E che noi non riconosciamo.
Ci portiamo in giro un ghigno sornione e una tenerezza virile che ci legano al di là di ogni parola, ecco la verità, i fondamenti autentici del nostro "egoismo amoroso". Nessuno potrà ingarbugliare i nostri percorsi, semplicemente perché non abbiamo più strade maestre - e forse non le abbiamo mai avute.
La poesia di Dino è disarmante, diretta, senza fronzoli, con quel pizzico di retorica beffarda e autocompiacente che può irritare i più, ma che ne è un marchio distintivo e forte.
Un vero dandy, il mio amico, sempre nerovestito ed elegante, anche nel bel mezzo di un'apocalisse. Niente a che vedere con la pochezza disgustosa dei poeti deboli di questi anni - dei nostri poetucoli che si perdono in sterili giochini linguistici ai margini di un mondo che li vomita.

In questi gg., è uscito un disco di musica elettronica prodotto da Dino:
Vandals Growers of Roses, composto e suonato da ARASONUS, un duo formato da Raffaele Serra e Dj Rapsodo.
Ne ascoltate in background un brano. www.arasonus.it


Carmine Mangone, 18 luglio 2oo9


Scritto da CriticaMente | alle ore 19:04 | Categoria:

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martedì, 20 gennaio 2009

Ghérasim Luca :: Passionnément








Ghérasim Luca




[ QUI ascoltate G. Luca leggere il suo poema. ]





pas pas paspaspas pas
pasppas ppas pas paspas
le pas pas le faux pas le pas
paspaspas le pas le mau
le mauve le mauvais pas
paspas pas le pas le papa
le mauvais papa le mauve le pas
paspas passe paspaspasse
passe passe il passe il pas pas
il passe le pas du pas du pape
du pape sur le pape du pas du passe
passepasse passi le sur le
le pas le passi passi passi pissez sur
le pape sur papa sur le sur la sur
la pipe du papa du pape pissez en masse
passe passe passi passepassi la passe
la basse passi passepassi la
passio passiobasson le bas
le pas passion le basson et
et pas le basso do pas
paspas do passe passiopassion do
ne do ne domi ne passi ne dominez pas
ne dominez pas vos passions passives ne
ne domino vos passio vos vos
ssis vos passio ne dodo vos
vos dominos d’or
c’est domdommage do dodor
do pas pas ne domi
pas paspasse passio
vos pas ne do ne do ne dominez pas
vos passes passions vos pas vos
vos pas dévo dévorants ne do
ne dominez pas vos rats
pas vos rats
ne do dévorants ne do ne dominez pas
vos rats vos rations vos rats rations ne ne
ne dominez pas vos passions rations vos
ne dominez pas vos ne vos ne do do
minez minez vos nations ni mais do
minez ne do ne mi pas pas vos rats
vos passionnantes rations de rats de pas
pas passe passio minez pas
minez pas vos passions vos
vos rationnants ragoûts de rats dévo
dévorez-les dévo dédo do domi
dominez pas cet a cet avant-goût
de ragoût de pas de passe de
passi de pasigraphie gra phiphie
graphie phie de phie
phiphie phéna phénakiki
phénakisti coco
phénakisticope phiphie
phopho phiphie photo do do
dominez do photo mimez phiphie
photomicrographiez vos goûts
ces poux chorégraphiques phiphie
de vos dégoûts de vos dégâts pas
pas ça passio passion de ga
coco kistico ga les dégâts pas
le pas pas passiopas passion
passion passioné né né
il est né de la né
de la néga ga de la néga
de la négation passion gra cra
crachez cra crachez sur vos nations cra
de la neige il est il est né
passioné né il est né
à la nage à la rage il
est né à la né à la nécronage cra rage il
il est né de la né de la néga
néga ga cra crachez de la né
de la ga pas néga négation passion
passionné nez pasionném je
je t’ai je t’aime je
je je jet je t’ai jetez
je t’aime passionném t’aime
je t’aime je je jeu passion j’aime
passionné éé ém émer
émerger aimer je je j’aime
émer émerger é é pas
passi passi éééé ém
éme émersion passion
passionné é je
je t’ai je t’aime je t’aime
passe passio ô passio
passio ô ma gr
ma gra cra crachez sur les rations
ma grande ma gra ma té
ma té ma gra
ma grande ma té
ma terrible passion passionnée
je t’ai je terri terrible passio je
je je t’aime
je t’aime je t’ai je
t’aime aime aime je t’aime
passionné é aime je
t’aime passioném
je t’aime
passionnément aimante je
t’aime je t’aime passionnément
je t’ai je t’aime passionné né
je t’aime passionné
je t’aime passionnément je t’aime
je t’aime passio passionnément



 

In: Le chant de la carpe, José Corti, Paris, 1986 (prima ed.: 1973, Le Soleil Noir).





*   *   *


Il 10 marzo del 1994, viene ripescato nella Senna il corpo senza vita del poeta di origini romene Gherasim Luca. In una lettera datata 9 febbraio, giorno della sua sparizione, Luca se la prendeva con «questo mondo dove i poeti non hanno più posto» (1).

Durante la giovinezza, e prima di guadagnare Parigi nel 1952, Luca era stato tra i fondatori del gruppo surrealista del suo paese. Con Dolfi Trost, aveva redatto e pubblicato a Bucarest nel ‘45 un singolare documento teorico, Dialectique de la dialectique, in cui si riteneva l’amore «il metodo rivoluzionario relativo-assoluto» del surrealismo, e «il magnetismo erotico come il nostro più valido supporto insurrezionale», propugnando parimenti un’«erotizzazione senza limiti del proletariato» (2).

La poesia di Luca, pur mettendo in crisi il principio di analogia – strapazzandolo in costruzioni linguistiche letteralmente inaudite –, conserva tuttavia un ritmo, un’articolazione significante che ridicolizza la vecchia metrica e favorisce le trovate, le “ricombinazioni” ortografiche, l’imperio delle assonanze e delle risonanze.

In un’intervista concessa all’amico Serge Bricianer, Luca sosteneva che «La poesia è un luogo d’operazioni, la parola vi è sottomessa ad una serie di mutazioni sonore, ognuna delle sue sfaccettature libera la molteplicità di senso di cui è pregna. Io percorro oggi una distesa dove il rumore e il silenzio si scontrano, dove la poesia prende forma dall’onda che l’ha messa in moto. Meglio, la poesia si eclissa davanti alle sue conseguenze. In altri termini, io mi oralizzo, mi apostrofo. (…). Come sapete, prendo lo spirito alla lettera» (3).

L’oralizzazione di cui parla Luca trasforma dunque il poeta in un essere delirante che è pienamente consapevole del proprio vaneggiamento, che si ascolta delirare, si cerca, si approva nella farneticazione, e che, così facendo, subordina definitivamente ciò che egli dice all’arbitrio logico del proprio essere parlante. Non è un caso, quindi, che Luca preferisse parlare di ontophon (suono dell’essere), e non di poesia, per qualificare la sua ricerca poetica. (Carmine Mangone)


(1) Cit. in La République Internationale des Lettres”, n. 2, avril 1994.

(2) Cfr. Si vous aimez l’amour… Anthologie amoureuse du surréalisme, Syllepse, Paris, pp. 239-240.

(3) Cfr. «Le poème s’éclipse devant ses conséquences». Gherasim Luca par Serge Bricianer, in “Oiseau-tempête”, n. 4, hiver 1998, pp. 32-33.

 

 

 

Scritto da CriticaMente | alle ore 20:09 | Categoria:

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giovedì, 06 novembre 2008

Maurice Blanchot :: La follia del giorno





Io non sono né saggio né ignorante. Ho provato gioie. È troppo poco dire: sono vivo, e questa vita mi dà il pia­cere più grande. La morte, allora? Quando morirò (forse tra breve), conoscerò un piacere im­menso. Non parlo del pregustare la morte che è insulso e spesso sgradevole. Il soffrire abbrutisce. La grande ve­rità di cui sono sicuro è invece questa: provo nel vivere un piacere senza limiti e avrò nel morire una soddisfazione senza limiti.

Ho vagato, sono passato da un posto al­l’altro. Stabile, ho abitato in una sola camera. Sono stato povero, poi più ricco, poi molto più povero. Da bambino, avevo grandi passioni, e tutto quel che desideravo, lo ottenevo. La mia infanzia è sparita, la mia giovinezza è sulle strade. Non importa: ciò che è stato, mi rende felice; ciò che è, mi piace; ciò che avviene, mi conviene.


La mia esistenza è migliore di quella degli altri? Può darsi. Ho un tetto, molti non ce l’hanno. Non ho la lebbra, non sono cieco, vedo il mondo, fortuna immensa. Lo vedo, questo giorno fuori del quale non è niente. Chi potrebbe sottrarmelo? E spa­rendo questo giorno, io sparirò con lui, pen­siero, certezza che mi trasporta.

Ho amato degli esseri, li ho perduti. Sono diventato pazzo quando questo colpo si è abbattuto su di me, perché è un inferno. Ma la mia follia è rimasta senza testimoni, il mio smarrimento non era manifesto, la mia sola intimità era folle. Talvolta, diventavo furioso. Mi si diceva: Perché siete così calmo? In realtà, bruciavo dalla testa ai piedi; di notte, cor­revo per le strade, urlavo; di giorno, lavo­ravo tranquillamente.


Poco dopo, si scatenò la follia del mondo. Fui messo al muro come molti altri. Perché? Per niente. I fucili non spararono. Mi dissi: Dio, che fai? Smisi allora d’essere insen­sato. Il mondo esitò, poi riprese il suo equi­librio.


Con la ragione, mi ritornò il ricordo e vidi che, anche nei giorni peggiori, quando mi credevo perfettamente, completamente in­felice, ero tuttavia, e quasi sempre, estre­mamente felice. Ciò mi fece riflettere. Que­sta scoperta non era piacevole. Mi sembrava di perdere molto. M’interrogai: non ero forse triste, non avevo sentito la mia vita spezzarsi? Sì, era successo; ma, in ogni momento, quando mi alzavo e correvo per le strade, quando restavo immobile in un angolo della stanza, la freschezza della notte, la stabilità del suolo mi facevano re­spirare e riposare sull’esultanza.


Gli uomini, specie bizzarra, vorrebbero sfuggire alla morte. E alcuni gridano, morire, morire, perché vorrebbero sfuggire alla vita. «Ma quale vita, mi uccido, mi ar­rendo.» Ciò è pietoso, strano, è un errore.


Ho incontrato tuttavia degli esseri che non hanno mai detto alla vita, taci, e alla morte, vattene. Quasi sempre delle donne, creature belle. Quanto agli uomini, il terrore li asse­dia, la notte li ferisce, vedono i loro progetti annientati, il loro lavoro ridotto in polvere, restano sbigottiti, loro, così grandi, che volevano costruire un mondo, ma tutto sprofonda.

(...)

La folie du jour, Fata Morgana, Montpellier 1973


Traduzione italiana:
Maurice Blanchot, La follia del giorno. Con due poesie di René Char e Georges Bataille, a cura di Carmine Mangone, Edizioni L'Obliquo, Brescia, 2005.



*  *  *

«L’opera letteraria di Blanchot è in gran parte incomunicabile. Può essere una lettura affascinante, può avere delle pretese di logica, può pure introdurre una parvenza di narrazione, ma sarà sempre priva di un epilogo, di un perimetro, finanche di una chiara appartenenza ad un genere. Apparirà quindi ogni volta come lo spazio di un attraversamento senza fine; di una scrittura che si colloca in prossimità della morte, vissuta non più come limite – come ciò che non può essere detto –, bensì come un’infinita, oscura riserva di senso da cui riemergere attraverso il dire.

Nello “spazio letterario” di Blanchot, il commento diventa improbabile, perché l’esperienza del movimento – movimento dell’opera, movimento della critica – non si assoggetta alla prassi del racconto, non si riduce al dovere o alla necessità di rendere conto.

L’opera resta sospesa, indecidibile. Nessuno avrà mai l’ultima parola. Si struttura il linguaggio in modo da non limitare il mondo. Ma l’oscurità di linguaggio è vera oscurità?».

CARMINE MANGONE


Scritto da CriticaMente | alle ore 11:40 | Categoria:

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giovedì, 18 settembre 2008

La nuova carne poetica






La nuova carne poetica, vol. I
Della femmina intelligenza
a cura di Carmine Mangone

PesaNerviPress

con poesie di

Chiara M. Coscia, Paola Silvia Dolci, Loredana Di Biase,
Liocorpo, Caterina M., Valentina Mosca, Orsarossa,
Pamela, Marta Parmigiani, Romina Staltari

euro otto
ISBN : 978-88-903112-3-9




[ Di seguito, un estratto dalla prefazione di Carmine Mangone, Fiori, poesia e altre amenità. ]


(…) «Le poème est l’amour réalisé du désir demeuré désir». Quest’aforisma di René Char condensa in poche parole tutto il dinamismo di ciò che nell’attitudine poetica è il richiamo, l’apertura decisiva su un futuro che si vuole tra le braccia della bellezza: desiderio che resta desiderio – ossia movimento del cuore, dell’intelligenza – nella concretizzazione sempre parziale e soggettiva di un’idea dell’assoluto che si situa all’altezza della vita.

L’intelligenza ha la sua carne, il suo sconcerto. Tesse fili e sbroglia nubi. Porta con sé il sesso del giorno, i sorrisi della notte, la logica feroce di una lotta senza quartiere contro la banalità del mondo.

Mai subire la vita, neanche quando si agisce in pura perdita.

Bisogna andare incontro all’inconsulto maneggiando le terribili ironie del poeta, lungo il tracciato scosceso di una ricerca incessante e rintuzzando con tenerezza e decisione la crassa contemplazione del già dato.

[ Non bisogna però fermarsi sulla soglia, trattenersi sul poème, ovvero sul residuo testuale dell’agire poetico. Il traguardo appena tagliato deve richiamare un nuovo slancio, una nuova capacità del saper vivere. L’attitudine poetica è l’amore che sconcerta il suo stesso desiderio e che si pone come conoscenza estetica del mondo materiale. ]

 

In fondo, la poesia ha un’incidenza davvero minima sulla vita delle comunità umane, perché molti di coloro che credono di possederla ne spossessano in realtà tutti gli altri costringendola in un ambito affatto separato – l’ambito delle Lettere – dove i segni poetici restano qualcosa di inoffensivo e patetico.

In cosa dovrebbe consistere invece l’impresa che si vuole poetica? A cosa dovrebbe volgersi il cimento di chi la assume?

Per quanto mi riguarda – e parlo per me, soprattutto per me – poesia è l’apertura decisiva sul mondo, la capacità quindi di cogliere gli aspetti unici e belli del vivente e, più di tutto, la relazione con coloro che sentono il bisogno di dare un significato avvincente alla vita. E questo, ben al di là o al di qua delle parole. Per cui, ai miei occhi, un facitore di versi non è necessariamente un poeta. (…)

Scritto da CriticaMente | alle ore 20:11 | Categoria:

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domenica, 07 settembre 2008

Due poesie di Paul Eluard





Paul Eluard


 

Être

 

Le front comme un drapeau perdu

Je te traîne quand je suis seul

Dans de rues froides

Des chambres noires

En criant misère

 

Je ne te veux pas les lâcher

Tes mains claires et compliquées

Nées dans le miroir clos des miennes

 

Tout le reste est parfait

Tout le reste est encore plus inutile

Que la vie

 

Creuse la terre sous ton ombre

 

Une nappe d’eau près des seins

Où se noyer

Comme une pierre




Essere

 

La fronte come una bandiera perduta

Quando ti porto con me da solo

Per strade fredde

Camere buie

Piangendo miseria

 

Non voglio lasciare

Le tue mani chiare e difficili

Nate dallo specchio chiuso delle mie

 

Il resto è perfetto

Il resto è ancora più inutile

Della vita

 

Scava sotto la tua ombra

 

Una pozza d’acqua accanto ai tuoi seni

Dove annegare

Come una pietra

 

* * *



Violette Nozières

 

Lorsque le pélican

 

Les murs de la maison se ressemblent

Une voix enfantine répond

Oui comme un grain de blé et le s bottes de sept lieues

Sur l’un des murs il y a les portraits de famille

Un singe à l’infini

Sur l’autre il y a la porte ce tableau changeant

Où je pénètre moi

La première

 

Puis on devise sous la lampe

D’un mal étrange

Qui fait les fous et les génies

L’enfant a des lumières

Des poudres mystérieuses qu’elle rapporte de loin

Et que l’on goûte les yeux fermés

 

Pauvre petit ange disait la mère

De ce ton des mères moins belles que leur fille

Et jalouses

 

Violette rêvait de bains de lait

De belle robes de pain frais

De belles robes de sang pur

Un jour il n’y aura plus de pères

Dans les jardins de la jeunesse

Il y aura des inconnus

Tous les inconnus

Les hommes pour lesquels on est toujours toute neuve

Et la première

Les hommes pour lesquels on échappe à soi-même

Les hommes pour lesquels on n’est la fille de personne

 

Violette a rêvé de défaire

A défait

L’affreux nœud de serpents des liens de sang




Violette Nozières



Quando il pellicano


Le mura domestiche son tutte uguali

Una voce di bimba risponde

Sì come un chicco di grano e gli stivali delle sette leghe

Su una delle pareti ci sono i ritratti di famiglia

Una scimmia all’infinito

Su un’altra c’è la porta di questo quadro mutevole

Dove io penetro

Per prima

 

Poi sotto la lampada si discute

Di un male strano

Che rende pazzi e geniali

La bambina possiede luci

Polveri misteriose che vengono da lontano

E che vanno gustate ad occhi chiusi

 

Povero angioletto diceva la madre

Con il tono delle madri meno belle delle figlie

E gelose

 

Violette sognava bagni di latte

Belle vesti di pane fresco

Bei vestiti di sangue puro

Un giorno non ci saranno padri non più

Nel giardino della giovinezza

Ci saranno solo degli sconosciuti

Tutti gli sconosciuti

Gli uomini per i quali si è ogni volta diversa

E la prima

Gli uomini per i quali si fugge a se stessa

Gli uomini per i quali non si è la figlia di nessuno

 

Violette ha sognato di disfare

Ha disfatto

L’orribile nodo di serpi dei legami di sangue

 

* * *

 

 

L’amore – questo differire dal mondo prosaico, appartenendo a te e solo a te – inerenza alla lieve saggezza di un pensiero fertile – che mai sarà aderenza alla mera idea dell’amore (sterile come tutte le idee, se non viene corroborata dal senso e dal sangue) – l’amore è ciò che non si compie mai, sempre irrisolto, sciolto, dislocato – e dove ogni definizione rimane bella quanto vana: inesausto percorso delle passioni, abuso volontario del senso, indomita carne della volontà.

 

Quando moriremo, l’amore che ci rende materia carnale e viva non morirà. Ma niente metafisica, please – si tratta solo di volontà amorosa che si trasmette di mano in mano come una carezza di vento. Attraverso le parole, la poesia, la conoscenza estetica della materia.

 

[ Una ragione in meno per morire meglio. ]


 

Traduzione e nota di C. Mangone

 

 

 

Scritto da CriticaMente | alle ore 22:53 | Categoria:

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martedì, 02 settembre 2008

René Char :: Comune Presenza





René Char


 

[ poesia tratta da Moulin premier, 1935-1936, Éditions José Corti ]

 

I

 

Éclaireur comme tu surviens tard

L’arbre a châtie une à une ses feuilles

La terre à bec-de-lièvre a bu le dévoué sourire

Je t’écoutais au menu jour gravir la croisée

Où s’émiette au-dessus de l’indifférence des chiens

La toute pure image expérimentale du crime en voie de fossilisation

Qui prête au bienveillant les rumeurs de l’hostile

A l’irréfléchi le destin du mutiné ?

L’inhumain ne s’est pas servilement converti

Au comptoir des mots enchantés

Indiscernable il rôde sur le tracé des flaques

Et gouverne selon son sang

Gardien de sa raison de son amour de son butin de son oubli de sa révolte de ses certitudes

 

Charpente constellée

Sont-ils épris de leur propre mort

Au point de ne pouvoir de leur vivant l’attribuant

Se démettre déborder d’elle…

 

II

 

Tu es pressé d’écrire
Comme si tu étais en retard sur la vie
S’il en est ainsi fais cortège à tes sources
Hâte-toi
Hâte-toi de transmettre
Ta part de merveilleux de rébellion de bienfaisance
Effectivement tu es en retard sur la vie
La vie inexprimable
La seule en fin de compte à laquelle tu acceptes de t’unir
Celle qui t’es refusée chaque jour par les êtres et par les choses
Dont tu obtiens péniblement de-ci de-là quelques fragments décharnés
Au bout de combats sans merci
Hors d'elle tout n'est qu'agonie soumise fin grossière
Si tu rencontres la mort durant ton labeur
Reçois-là comme la nuque en sueur trouve bon le mouchoir aride
En t’inclinant
Si tu veux rire
Offre ta soumission
Jamais tes armes
Tu as été créé pour des moments peu communs
Modifie-toi disparais sans regret
Au gré de la rigueur suave
Quartier suivant quartier la liquidation du monde se poursuit
Sans interruption
Sans égarement

 

Essaime la poussière
Nul ne décèlera votre union

 

* * *

 

I

 

Esploratore come arrivi tardi

L’albero ha castigato le sue foglie una ad una

La terra dal labbro leporino ha bevuto il sorriso devoto

Ti sentivo in penombra guadagnare l’incrocio

Dove si sbriciola sull’indifferenza dei cani

La pura immagine sperimentale del crimine in via di fossilizzazione

Chi porge al benevolo i rumori dell’ostile

E all’impulsivo il destino dell’ammutinato?

L’inumano non si è convertito servile

Al banco delle parole stregate

Indiscernibile si aggira sulle tracce delle pozzanghere

E governa secondo il suo sangue

Guardiano della sua ragione del suo amore del suo bottino del suo oblio della sua rivolta delle sue certezze

 

Ossatura di stelle

Sono così preda della loro morte

Che non possono da vivi pur significandola

Rinunciare a soverchiarla

 

II

 

Hai urgenza di scrivere

Come se tu fossi in ritardo sulla vita

Se così è dai seguito alle tue fonti

Affréttati

Affréttati a trasmettere

La tua parte di meraviglioso di ribellione di benevolenza

In effetti sei in ritardo sulla vita

La vita inesprimibile

La sola in fin dei conti alla quale accetti di unirti

Quella che ti è rifiutata ogni giorno dagli esseri e dalle cose

Di cui ottieni a stento qui è là qualche scarno frammento

Al termine di combattimenti senza pietà

Fuor di essa tutto è agonia sottomessa gretta fine

Se incontri la morte durante le tue fatiche

Accoglila come la nuca sudata trova dolce il fazzoletto asciutto

Piegandoti

Se vuoi ridere

Offri la tua sottomissione

Mai le tue armi

Sei stato creato per momenti poco comuni

Muta te stesso sparisci senza rimpianto

Con soave rigore

La liquidazione del mondo prosegue quartiere dopo quartiere

Senza interruzione

Senza smarrimento

 

Fa’ sciamare la polvere

Nessuno svelerà la vostra unione

 

 

 

 

1

[ La bellezza non esiste in natura. È solo un’idea che l’uomo ha su taluni aspetti del mondo e che muore con lui come tutte le sue idee. La bellezza gli serve in sostanza per credere che qualcosa di sé non morirà mai. In fondo, neanche la natura (r)esiste, quando si voglia vincolarla ad un’idea.

Il bello muore e rinasce, incessantemente. Vi è un eterno ritorno della bellezza che non ne abolisce la morte. Sembra che la stessa idea permanga, in realtà non esiste il "classico" nella pratica delle idee. Tutto cambia, tutto si per/muta. Il che potrebbe anche significare che niente muore davvero - ma qui siamo ancora nel dominio di ciò che si pensa, non di ciò che si vive. ]

 

Ci sono momenti in cui una presenza decisiva può sospendere l’arbitrio, l’oblio, la morte.

La presenza è tener presenti se stessi anche nel nulla circostante – sospendendo l’acredine, ma non il discernimento – condizione fatale per chi mantiene un’apertura avvincente nei confronti del mondo, attraverso la quale può realizzarsi l’idea di un bene senza morale – di un bene che è offesa solo per gli ottusi e i mercanti.

La poesia deve preparare o preservare la comunità amorosa – dove ciò che è comune permette di andare incontro all’altro senza ridursi all’Uno. Una tale comunità è fondata sul sincretismo radicale dei rispettivi ingegni e sul porre in comune gli egoismi carnali.

Per cui, nelle devastazioni condotte dall’amore, la comunità ingovernabile è ciò che tende all’unità senza morirne – in una sfida sovrana – vera condanna a morte della tensione all’appropriazione dell’Altro insita in ogni relazione autoritaria.


2

Troppe parole difficili sul bello. Quindi sono verosimilmente le parole giuste. [ Bello? Giusto?! dove trovare il bandolo del pensiero in concetti simili, se non al di qua del male? ].

Mi chiedo però quanto il bello sia ormai una mera stratificazione di trucchi, di make-up concettuali raffazzonati, quantunque assolutamente necessari per mascherare la morte socialmente diffusa e che si tenta di esorcizzare o nascondere perché incapaci di farla rientrare nella “normalità” sempre più inorganica della vita quotidiana.

Il paradosso è mostrare il sangue per nascondere le ferite; soffermarsi sui massacri per ridimensionare la piccola morte di ogni nostro giorno.

Tempo fa ho scritto che, finché sarebbero stati vivi i miei amori, non avrei mai accettato la morte. Ma forse è accaduto qualcosa di profondamente diverso. Ho finito per accettare la morte elogiando e vivendo gli amori che me la ricordano senza sconti di vita. E c’è stato molto dolore in me, ma anche una condivisione gaia della presenza, da vivere fino in fondo e senza mistificazioni insieme agli spiriti liberi che ho scelto o riconosciuto.

Ebbene sì!, anche ieri ho dimenticato di morire, e il merito – benché mi dispiaccia ammetterlo – va anche a quell’abusato concetto di bello che io cerco sistematicamente di rendere immanente e cosa di carne viva in ogni mio giorno.

 


Traduzione e nota di C. Mangone

 


Scritto da Maldoror67 | alle ore 13:33 | Categoria:

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venerdì, 29 agosto 2008

Cinque tanka di Tawara Machi tratti da Sarada Kinenbi







Tawara Machi



1.

Ochite kita ame wo miagete sono mama no hatachi fui ni,
kuchibiru ga hoshi.



Guardando fisso
la pioggia che cade
all’improvviso
di nuovo questa voglia, desiderio di labbra.


2.

Ichi purasu ichi wo ni to shite ikite yuku sabishisa ware ni furu jûnigatsu.


Uno più uno si fanno due sempre
In questa vita
E la solitudine
Dicembrina mi ammanta.


3.

“30 made burabura suruyo”  to iu kimi no ikanaru fûkei na no ka watashi wa.


“fino ai trenta
voglio bighellonare”
le tue parole
dicono del paesaggio
cui io appartengo.


4.

Tegami ni wa ai afuretari sono ai wa keshiin no hi no sono toki no ai.


Quella lettera
Strabocca d’amore
Di quell’amore
che è proprio lo stesso
Del giorno del timbro postale.


5.

Sakura sakura sakura sakisome sakiowari nani mo nakatta yôna kôen.


Fiori di ciliegio
Fiori di ciliegio, fiori di ciliegio
Fioriscono,
sfioriscono e nel parco
è come non fosse accaduto.




traduzione di V. Mosca

Scritto da fubuki | alle ore 12:43 | Categoria:

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Utente: CriticaMente
* per una critica che faccia senso * CRITICA SENSIBILE è un progetto di Valentina Mosca e Carmine Mangone