Joyce Mansour :: Fiorita come la lussuria

Joyce Mansour
FLEURIE COMME LA LUXURE
Tu dis que les femmes
Doivent souffrir se polir et voyager sans perdre haleine
Réveiller les pierreries embellies par le fard
Chanter ou se taire déchirer la brume
Hélas je ne saurais danser dans un marais de sang
Ta figure brille de l'autre côté de la rive heureuse
Tout ce qui est vivant pourrit
Tu dis que les femmes
Doivent savoir se dépouiller de tout même
Du nourrisson encore rétif
A l'amour
Ta figure bleuit à mesure que ta fortune grandit
Et moi je veux mourir vautrée dans la sauge
Orgueilleusement mauvaise dans l'immobilité de l'exil
Tu dis que les femmes
Doivent se détruire pour ne pas enfanter
Et attendre attendre la solide volupté qui serpente
Hélas je n'aime pas faire l'amour sur le tapis
Belzébuth roucoule dans la gorge des pigeons
Ta bague brûle ma cuisse
L'émeraude est la virginité
Du riche
Tu dis que les femmes
Sont faites pour nourrir
La fumée repentante qui halète à l'église
Les truies pâles et pleines piquées de soies souillées
Les têtes coupées aussi et pourquoi pas après tout
Etonnantes nuits du pôle aux silences sanguinaires
Je crois que maintenant je peux te laisser partir
Tes jambes volent haut dans la sacristie
Claquant
Des genoux
Comme autant de prédicateurs
Je suis bien contente d'avoir un chapeau sur la tête
Même si ton urine contient toute la féerie du mariage
Tu dis que les femmes sont chanoines du délire
Hélas moi je ne savoure que la mort
* * *
FIORITA COME LA LUSSURIA
Dici che le donne
Devono soffrire raffinarsi e viaggiare senza stancarsi
Risvegliare gioielli imbelliti dal trucco
Cantare o tacere lacerare la bruma
Ahimè non saprei danzare in una palude di sangue
La tua figura brilla dall’altro lato della riva felice
Tutto ciò che è vivo imputridisce
Dici che le donne
Devono spogliarsi di tutto persino
Dell’infante ancora riluttante
All’amore
La tua figura illividisce man mano che la tua fortuna cresce
E io voglio morire inabissata nella salvia
Orgogliosamente malvagia nell’immobilità dell’esilio
Dici che le donne
Devono distruggersi per non partorire
E attendere attendere la solida voluttà che serpeggia
Ahimè non mi piace fare l’amore sul tappeto
Belzebù amoreggia nella gola dei piccioni
Il tuo anello infiamma la mia coscia
Lo smeraldo è la verginità
Del ricco
Dici che le donne
Sono fatte per nutrire
Il fumo ravvedente che ansima in chiesa
Le troie pallide e piene macchiate di seta sudicia
Anche le teste tagliate e dopo tutto perché no
Sorprendenti notti polari dai silenzi sanguinari
Credo che adesso posso lasciarti andare via
Le tue gambe volano su nella sagrestia
Battendo
Le ginocchia
Come altrettanti predicatori
Sono proprio contenta di portare un cappello in testa
Anche se la tua urina contiene tutto l’incanto del matrimonio
Dici che le donne sono sacerdotesse del delirio
Ahimè io assaporo solo la morte
[ Traduzione di Mariella Soldo ]
* * *
Posso mettermi dentro una donna. Non certo nei suoi panni. Né tanto meno posso capire fino in fondo ciò che fermenta e si bagna nel suo pensiero (mentre posso sprofondarmi, bearmi di ciò che lievita e si bagna fra le sue cosce, questo sì). Il che mi rende però poco adatto a spiegare il pensiero che parte dalla femmina intelligenza – che è parte integrante della sua carne che pulsa.
Non mi spiegherò, quindi. E non vi spiegherò nulla, forse perché non c’è proprio niente da spiegare, ma solo tensioni da accogliere e desideri da cacciarsi dentro. Un po’ come il vento che sconvolge la cima degli alberi. O reciprocamente.
Devo ammettere che una donna può piacermi solo se prima mi scopa la mente. E ci sono tempeste di neve che possono testimoniare i sussulti di ogni seme rimasto sotto la coltre bianca…
Una tale ammissione, è ovvio, non fa che aprire me e la donna che amo, ho amato o amerò ad una serie di questioni essenziali: chi gode chi? Chi prende chi? Quali sono i limiti dell’amore? La mia pelle è il vero confine del mio corpo? C’è forse un corpo terzo nella congiunzione degli amanti? O si rimane soli nel proprio godimento? E sono davvero importanti le risposte?
Io credo che l’amore carnale sia una delle poche esperienze che possa davvero aprirci alla possibilità dell’Altro, e anche alla praticabilità di un impossibile vissuto come ignoto da esplorare, vivificare.
Non siamo mai davvero da soli, quando ci apriamo al godimento dell’Altro, sebbene l’apertura qui vada pensata sempre come un protendersi verso la sovranità dell’attimo, verso il desiderio di abolire la durata, di fottere la morte fottendo la precarietà della biologia, almeno per alcuni inestimabili istanti. E cos’è l’eternità se non l’assoluta mancanza di morte in piena vita?
Bataille si sbagliava. Non c’è lutto nella meccanica animale delle passioni. Non c’è nessuna area grigia fra le lenzuola disfatte e colme di umori. Tutto è netto. Anche nel deliquio. E la parvenza di smarrimento è solo il prodromo di un possibile, irrefutabile, decisivo risveglio all’intelligenza dell’Altro vista come amicizia sovrana del mondo e verso il mondo.
Credere (cedere) alla carne che pensa è credere (incedere) nell’unico senso vero della vita, che è la verità di un corpo unico che si vive. Luce assoluta, stella meridiana fra le gambe del mondo, al di qua degli schemi abusati del razionale (che non sempre è reale, non più), e che solo l’indifferenza dell’inorganico può spegnere e annientare.
* * *
Per chi volesse leggere degli altri testi della poetessa surrealista anglo-egiziana Joyce Mansour (1928-1986), è ancora disponibile un libricino curato da me e pubblicato dalla Nautilus di Torino nel 2003:
Un grazie di cuore a Mariella per la sua versione del testo della Mansour. La mia traduzione dello stesso testo, apparsa nella piccola antologia Nautilus, la incollo qui sotto in un commento. Così da far apprezzare le differenze e la ricchezza di due ricerche, di due visioni, di due sensibilità.
Scritto da CriticaMente | alle ore 01:30 | Categoria:








